Retreat significa ritiro. È una parola che nel suo suono originario porta con sé l'idea di un arretramento necessario, quasi un respiro trattenuto e poi lasciato andare.
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0:00 / 0:00Retreat significa ritiro. È una parola che nel suo suono originario porta con sé l’idea di un arretramento necessario, quasi un respiro trattenuto e poi lasciato andare. Si arriva a Eirl Dolomites Retreat che è già sera, e la prima cosa che si impara, in questo angolo di Sappada stretto fra le Alpi Carniche e le Dolomiti Pesarine, è che il tempo qui non si misura più in minuti. Si misura in odori: quello del legno di abete rosso ancora tiepido di sole; quello del fieno appena tagliato che sale dai prati sotto il Monte Siera. Ci si accorge, dopo il primo giorno, di aver smesso di guardare l’orologio.
La casa in cui si dorme è un blockhaus, e il blockhaus è prima di tutto un gesto: quello di incastrare travi orizzontali agli spigoli, senza chiodi, in una tecnica — il blockbau — che i coloni tirolesi e carinziani portarono in questa valle già mille anni fa. Eirl Dolomites Retreat Sappada l’ha scelta non per nostalgia ma per coerenza: l’intera struttura è nata in economia diretta, legno di abete rosso e larice per le pareti, marmo Grigio Carnico per pavimenti e lavandini, juta e canapa per gli arredi. Materiali che non hanno viaggiato, che appartengono alla montagna che li circonda. «Il Retreat nasce dal desiderio di costruire un luogo legato alla tradizione alpina e, allo stesso tempo, capace di guardare al futuro in modo responsabile», raccontano Silvia Zambon e Massimiliano Stoffie, che questo luogo lo hanno immaginato prima ancora di costruirlo.
Il futuro, per loro, ha preso la forma di una centrale a biomassa progettata nel 2015, capace di scaldare l’intera struttura bruciando solo legna di scarto. «Il rispetto per l’ambiente fa parte del nostro modo di essere, è stato automatico poi trasferirlo nel nostro modo di lavorare», spiegano. Nulla si spreca, tutto trova un secondo impiego, come vuole la logica antica della montagna, oggi riscoperta sotto il nome, più contemporaneo, di economia circolare. Quella logica si allarga fino a comprendere l’orto condiviso, aperto agli ospiti degli chalet, dove chiunque può raccogliere le fragole per i bambini, gli aromi per la griglia, i fiori eduli, le verdure che — sorprendentemente — riescono a maturare a 1300 metri di quota. Una parte del raccolto arriva in cucina, all’Alp Stube, il ristorante della struttura. «L’orto è una passione che arriva dalle nostre famiglie», racconta Silvia. La stessa attenzione al territorio ha accompagnato, nel 2022, l’ingresso del Saurnschotte — formaggio tipico di Sappada, aromatizzato con il dragoncello locale — tra i Presìdi Slow Food.
Ma la casa nel bosco, per quanto compiuta nella sua filosofia, è solo la soglia. Perché Sappada — o Plodn, come la chiamano i suoi stessi abitanti nell’antico dialetto — è essa stessa un blockhaus, moltiplicato per quattordici borgate: un’isola linguistica germanofona incuneata fra Veneto, Friuli e Austria, alle sorgenti del Piave, che non assomiglia a nulla di ciò che la circonda. Non ha nulla del Comelico né della Carnia, sebbene ne condivida i confini; ha piuttosto la memoria dei coloni tirolesi che risalirono queste pendici in cerca di giacimenti minerari e vi fondarono quattordici masi, gli heivilan, diventati poi le borgate che oggi si attraversano a piedi, un ponte a dividere Sappada di Dentro da Sappada di Fuori.
Camminare fra le borgate di Sappada Vecchia significa imparare un alfabeto di legno invece che di pietra. A Mühlbach, che prende nome dal rio dove un tempo giravano i mulini, le prime Blockhäuser risalgono al Settecento: case a castello, posate su un basamento di pietra perché le travi non marciscano a contatto con il suolo, ciascuna diversa dall’altra per le sfumature cromatiche del legno, ciascuna ornata solo dai fiori alle finestre. A Cottern si incontra la settecentesca casa bifamiliare s’Krumpm – s’Gaigerlan; a Hoffe, fra le abitazioni più antiche, si nasconde in una piccola baita il ristorante Laite, una stella Michelin, dove il sommelier versa un vino bianco leggermente frizzante nato da un vigneto sperimentale a 1240 metri — la prova che anche la vite, quassù, può imparare un’altra grammatica.
A Fontana – il nucleo più aperto e disteso di tutta Sappada – le case si susseguono, quasi tutte settecentesche: Casa s’Paulan porta la data 1737 scolpita sulla facciata, mentre altre abitazioni sfoggiano scandole di legno arrotondato, un tempo isolante oltre che ornamento, e stemmi dipinti che raccontano il mestiere del capofamiglia. Si arriva così a s’Plasn haus, del 1707. Poco oltre, un signore di novantatré anni si ferma a parlare lungo la strada. «Si lamenta dell’artrite», racconta la nostra accompagnatrice, «ma fino all’anno scorso andava a far legna». Sappada, del resto, è terra che forma temperamenti: a una fontana di Soravia incontriamo il fondista Davide Graz, medaglia di bronzo nella staffetta di Milano Cortina 2026, mentre la biatleta Lisa Vittozzi, nella stessa edizione dei Giochi, ha conquistato l’oro nell’inseguimento e l’argento nella staffetta mista.
Nella borgata di Kratten, sul basamento di una Blockhaus, un murale racconta il carnevale sappadino, il Plodar Vosenòcht, e la sua figura guida: il Rollat, uomo-orso in cui si fondono minaccia animale e rudezza montanara, riconoscibile dal suono cupo dei campanacci — le rolln — legati in vita. Il carnevale dura settimane, fra domeniche dedicate ai Poveri, ai Contadini, ai Signori, fino al Martedì Grasso. A Cima Sappada, forse la borgata più bella, dominata dal Monte Siera, Silvia racconta di suo nonno e della sua scala dell’amore: prima la legna, poi il trattore, e solo terza — pur amatissima — la nonna. È una battuta, ma dice tutto di una comunità che ha sempre avuto le proprie priorità: nel legno, nel gesto quotidiano, nella cura del poco che si ha.
Scendendo verso il Piave, oltre Cima, si incontrano una segheria costruita su una cascata e due vecchi mulini trasformati in abitazioni: segni di un’economia del bosco che non è mai stata un’idea astratta, ma un modo concreto di stare al mondo. Lo stesso nome di Sappada resta sospeso fra due etimologie, Zepodn e Longaplave, la valle alta e il fiume lungo: due modi di dire la stessa cosa, un luogo che nasce dall’incontro fra l’altezza e il tempo che scorre.
Tornando alla casa nel bosco, l’ultima sera, si capisce che la tecnica del blockbau, l’economia dei gesti e la fiducia in ciò che il bosco offre — legna, tempo, silenzio — non appartengono solo alla memoria: chiedono di essere restituite con la stessa cura. Sappada invita chi arriva a rallentare, fino a percepire la differenza fra il profumo del mattino e quello della sera. Il resto, il lusso vero, è già scritto nel legno delle case: occorre solo il tempo di leggerlo.
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