“Restare è possibile e rappresenta un diritto”
Intervista a RICCARDO MILANI
di FEDERICA PRESTIFILIPPO
"Il problema dello spopolamento dei piccoli borghi è evidente, però va affrontato mantenendone l'autenticità e garantendo loro un futuro"
Riccardo Milani è affermato regista e sceneggiatore. Tra i suoi ultimi lavori, Come un gatto in tangenziale (2021), Un mondo a parte (2024) e La vita va così (2025).
Milani, lei ha un legame molto profondo con i borghi e i piccoli centri, che frequenta ormai da una vita. In che modo ha visto evolversi queste realtà nel tempo e come crede si possa conciliare la salvaguardia della loro identità con le necessità di sviluppo e le sfide, come lo spopolamento, che oggi le mettono alla prova?
Conosco questi posti da tanto tempo; ci sono un po’ cresciuto. Quasi sessant’anni della mia vita li ho passati entrando in contatto con quelle realtà, quelle persone e quei luoghi, e li ho visti cambiare in modo relativo. I cambiamenti non sono stati eccessivi o enormi, ma hanno riguardato soprattutto le abitudini e i numeri, perché la vera questione che si apre è quella dello spopolamento. È una costante che ha caratterizzato molti dei piccoli centri del nostro Paese: la diminuzione degli abitanti è la cosa più macroscopica che ho visto nel tempo. Ho visto paesini che negli anni ’80 avevano 1500 abitanti e che oggi ne contano appena 85 o 100. Questa diminuzione, a volte drastica, ne rappresenta la vera trasformazione. Quasi sempre questi luoghi sono incastonati in paesaggi meravigliosi, perché la bellezza del territorio è un tratto dominante della nostra terra. Molto spesso ci avviciniamo ai borghi – e lo dico per chi viene dai grandi centri, e questi luoghi li conosce poco – guidati da un desiderio e sentimento di una natura che torna a essere se stessa; siamo portati a esaltare la vita di questi paesini, ma lo facciamo nell’arco di un fine settimana: andiamo lì, ci godiamo l’ambiente e ci sembra di essere in un “mondo a parte”. Tuttavia, viverci tutto l’anno è un’altra cosa, e chi ci abita lo sa bene. Per questo devono convivere due anime. L’essere un territorio così particolare dal punto di vista ambientale, culturale e storico può offrire il vantaggio dell’attrazione turistica, creando una linea occupazionale che può portare questi paesi ad avere un presente e un futuro. Ma per restare tale, un luogo deve conservare la sua autenticità: a volte con il turismo capita che l’eccesso porti a controindicazioni, come uno sviluppo edilizio e alberghiero selvaggio che cambia improvvisamente il volto del luogo. L’equilibrio è complicatissimo. È un interrogativo aperto: quale sviluppo sia davvero reale, sostenibile ed efficace per questi piccoli borghi. Borghi che sono delle culle, che conservano gelosamente valori culturali, ambientali e di comunità.
Spesso le piccole comunità vengono percepite dall’esterno come realtà “chiuse”, segnate da una certa diffidenza verso chi arriva da fuori. Nel suo lavoro, come affronta questo tema e quale ruolo crede che l’attenzione mediatica – o anche l’integrazione con nuove realtà – possa giocare nel dare nuova linfa a questi paesi a rischio scomparsa?
Questo succede spesso: mi capita di ambientare i miei film in territori che sono piccole comunità, realtà locali a volte un po’ chiuse, ma non lo dico con un’accezione negativa. Essere un po’ chiusi significa anche conservare meglio. Tuttavia, c’è un punto fondamentale: la comunità ha delle potenzialità enormi e bisogna trovare la possibilità che il paese si rinnovi, che nascano dei figli e che questi possano rimanere affinché il borgo sopravviva. Faccio un esempio concreto: a Opi, il borgo dove abbiamo girato “Un mondo a parte”, la scuola era stata chiusa cinque anni prima. Sono andato a vedere quella struttura ed è proprio lì che è nato il film: c’erano aule senza più bambini, costretti a spostarsi in paesi più lontani per una sorta di ottimizzazione dei costi logistici. Ho scelto di girare in quel paese perché era emblematico di una situazione che riguarda tutto il nostro Paese, dove scuole e piccoli centri sono costantemente a rischio chiusura. Da quando è uscito il film, nel marzo del 2024, a Opi sono nati nove bambini in un anno e mezzo. Tre famiglie si sono trasferite lì, hanno riaperto la farmacia e un alimentari; ci sono segnali di ripresa. Questi nove bambini si sta già pensando a dove metterli a scuola, valutando se riaprire proprio quella che era stata chiusa. Certo, è stato solo un film, un momento di attenzione mediatica, una luce che si è accesa su una realtà. Ma quella luce ha dato una spinta: ora a Opi c’è una mostra fotografica sul film, ci sono dei bus che portano i turisti a visitarne i luoghi. Non è che un film possa ridare vita a un paese da solo – sarebbe impensabile e sbagliato crederlo – però è vero che quando si accendono i riflettori e volgiamo lo sguardo oltre la nostra quotidianità, troviamo qualcosa che ci piace. La gente ha scoperto in questo paese qualcosa di stimolante e bello, riconoscendolo come proprio patrimonio nazionale. “Un mondo a parte” racconta anche di una scuola che torna a vivere grazie a una nuova composizione demografica. Nel film, come nella realtà di molte zone montuose, la presenza di bambini di diverse origini – da chi scappa da zone di guerra a chi appartiene a famiglie immigrate negli anni ’90 e ormai integrate nel tessuto lavorativo locale – è ciò che permette ai numeri della scuola di reggere. È una trasformazione demografica che avviene concretamente da tempo, indipendentemente dalle letture politiche: è una questione di sostenibilità dei servizi. Senza questi nuovi nuclei familiari, molte scuole non avrebbero i numeri minimi per restare aperte. È un dato di fatto che merita una riflessione profonda. In questi centri, persone con storie e idee diverse si ritrovano a condividere lo stesso destino e, quando si tratta di risolvere problemi vitali per il paese, le distanze passano in secondo piano rispetto al bene comune. È un modello di coesione sociale molto forte, da cui anche le grandi città potrebbero trarre insegnamento.
“Un mondo a parte” sembra voler dare voce a un senso di responsabilità collettiva, che si manifesta sia nelle grandi azioni sia nelle scelte quotidiane di chi decide di non andarsene. In questo contesto, che idea si è fatto del concetto di “restanza”? È un atto di eroismo solitario o rappresenta piuttosto il diritto fondamentale di poter immaginare un futuro nel luogo in cui si è nati, in un mondo che corre altrove?
Penso a quel ragazzo del film, un agricoltore di poco più di vent’anni, che vuole coltivare la terra e insegue il sogno, apparentemente assurdo, di avviare un’attività in un posto dove sembra non esserci né presente né futuro. Nel film ci riesce, ed è ciò che è accaduto realmente: Duilio ha messo in piedi la sua impresa con una volontà precisa perché credeva nella terra, credeva nell’opportunità, nel recupero di un’attività storicamente legata a quella zona. Ecco, quel ragazzo ce l’ha fatta. La sua esperienza è una conferma del concetto di “restanza”: restare può essere ancora una strada praticabile. Non solo può essere una strada, ma è anche un diritto: il diritto di chi nasce in un posto di avere intorno a sé ciò di cui ha bisogno per rimanere. Non sempre fuggire è l’unica soluzione. Spesso i giovani abbandonano queste zone per trovare lavoro in altri contesti, magari all’estero, finendo per arricchire altri Paesi con la propria forza lavoro senza poter capitalizzare nulla nelle proprie terre d’origine. È una storia che conosciamo bene: noi italiani siamo stati migranti molto prima di questo presente; siamo stati noi a fondare città e ad aiutare nazioni a crescere, portando nel mondo il nostro carico di capacità, ingegno e fatica. Oggi, però, poter restare è possibile. È possibile ed è auspicabile. La restanza dovrebbe essere nell’ordine naturale delle cose: poter rimanere nel posto in cui si nasce, senza essere cacciati via e senza avere un destino già segnato. Restanza significa proprio questo: non accettare l’abitudine, non rassegnarsi a un destino preassegnato e cercare di deviarlo per trovare la propria strada. È qualcosa di praticabile e sta già accadendo. C’è un’Italia che si muove nei borghi e nei piccoli centri che sta dimostrando che esiste una via, sia culturale sia economica. Bisogna essere realisti: questo meccanismo non può reggersi solo sull’ideale; se non trova un appoggio concreto e un ritorno economico, le scelte sono destinate a morire. Per questo serve coraggio. Forse, in fondo, “Un mondo a parte” è proprio un film sul coraggio.
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