Gromo: La piccola Toledo Lombarda

CELEBRE FINO AL ‘600 PER LA PRODUZIONE DI ARMI BIANCHE, GROMO È DIVENTATO LUOGO DI VILLEGGIATURA NEL SECOLO SCORSO SENZA PERDERE LE RADICI LEGATE ALL’ALLEVAMENTO E ALL’ARTE CASEARIA

La formaggella lasciata sul tavolo in cucina tra le briciole di pane è come la madeleine proustiana, evoca i pascoli dell’Alta Val Seriana sopra il borgo di Gromo. Qui le erbe, l’aria buona e l’alimentazione delle mucche negli alpeggi, consentono alle ultime aziende agricole rimaste di produrre un formaggio dall’odore pungente: sa di prati fioriti e latte fermentato, e assomiglia all’odore di erba e vaniglia dei libri antichi e a quello di mela cotogna delle vecchie case di montagna. Se dalla cinquecentesca chiesetta della Trinità nella frazione Ripa Alta si scende a Gromo attraverso la vecchia mulattiera, si vede un manto protettivo di ardesia steso sulle case: sono le piòde che ricoprono i tetti e che, insieme alle stradine acciottolate (le strècie), ai portali in pietra, alle inferriate artistiche e alle torri, conferiscono fascino al borgo medievale. Di torri a Gromo se ne notano tante, erette dalle famiglie che fecero fortuna con l’estrazione del ferro dalle miniere per farne lame di spade.

C’è la torre armigera del castello Ginami, entrato nei possedimenti di questa famiglia nel Cinquecento, ma costruito per scopi militari dai Buccelleni nel 1246 su uno sperone di roccia, a guardia del villaggio. C’è la torre di palazzo Milesi, eretto nel 1456 in piazza Dante e oggi sede del Comune: un edificio con doppio loggiato, sale rinascimentali, affreschi secenteschi e la facciata in marmo grigio delle cave di Ardesio. C’è il castello della famiglia Priacini, che della originaria costruzione trecentesca conserva solo la torre del Lavanderio, da alcuni ritenuta ancora più antica, forse longobarda. Infine, a presidiare l’accesso ai giacimenti minerari e ai passi in quota c’è la tozza torre Cittadini, detta anche degli Olivari, costruita con grandi blocchi squadrati di pietra locale nell’XI-XII secolo.

Appena fuori dal borgo, nella chiesa di San Giacomo, l’altare ligneo del presbiterio e i reliquiari custoditi dietro due porte di rame dorato sono espressione della devozione secentesca: sembra di sentir bisbigliare le preghiere della sera, quando la luce del crepuscolo accarezza le forme romaniche dell’edificio. In quell’epoca, è scritto negli statuti comunali di Gromo, per i bestemmiatori e i maldicenti c’era la pena della scottatura della lingua, e al taglio di una pianta giovane corrispondeva il taglio della mano. Nelle società antiche i pascoli, i boschi e i beni comuni erano protetti in modo radicale per la salvaguardia della comunità.

Un’immagine della Gromo turrita è visibile nella parte inferiore della pala d’altare dipinta nel 1625 da Enea Salmeggia, pittore di echi raffaelleschi, nella chiesa quattrocentesca di San Gregorio, nella piazza del paese. Intorno alla metà del Seicento Gromo contava 154 famiglie per un totale di 756 abitanti e la comunità viveva senza stenti grazie alla fiorente industria del ferro. Già nel Medioevo, la presenza di miniere di argento e ferro faceva di Gromo il centro principale in Lombardia per l’estrazione, la fusione e la lavorazione dei metalli, attività in cui erano coinvolti anche altri comuni dell’Alta Val Seriana e la Val di Scalve.

Per la produzione di armi bianche, Gromo era un brand, si direbbe oggi, tanto importante da essere accostato alla spagnola Toledo. Ma per la “piccola Toledo” lombarda lo stato di grazia finì bruscamente nel 1666, quando la montagna franò nel torrente Goglio distruggendo 27 fucine per la lavorazione del ferro. La comunità, la cui vita era stata regolata dagli ordinamenti comunali sin dal Duecento, cominciò a subire un lento declino accentuato via via da dinamiche economiche e sociali. La trasformazione di Gromo in luogo di villeggiatura avvenne con le tracce di modernità arrivate con la famiglia Crespi, che fece costruire nel 1902 una centrale idroelettrica, passata in proprietà all’Enel nel 1964, e con le ville sparse di gusto Liberty edificate in quel periodo.

In certi giorni d’inverno il Monte Secco, portandosi dietro lo scuro dei boschi, incombe sulla torre di palazzo Milesi e sul campanile della chiesa di San Gregorio, in uno scenario di rugginoso fascino. Quasi si sente, quando precipita il buio sui muri e sui tetti carichi di secoli, il rumore del martello sull’incudine nelle fucine dense di fumo. Nel Museo delle Armi bianche e delle Pergamene, in palazzo Milesi, sono conservati i punzoni delle famiglie di spadai come gli Scacchi e i Ginami, e una collezione di alabarde, spade, coltelli, pugnali, ronconi che va dal XV al XVII secolo. Intanto ancora oggi, in montagna, allevatori e formaggiai sono impegnati nelle operazioni quotidiane di governo degli animali e pulizia di prati e boschi per restituire, alla fine, il prodigio del latte trasformato in solide forme di formaggio.


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